Strategia rivoluzionaria e saggezza tattica nel discorso di Alvaro García Linera a IV Congresso della Sinistra Europea: Non è il popolo europeo quello che ha perso la virtù,.. l'unica Europa che vediamo nel mondo è quella neoliberista e non l'Europa del lavoro
“ Che vediamo da fuori dell’Europa? Vediamo un’Europa abbattuta....Non è il popolo europeo quello che ha perso la virtù, … l’unica Europa che vediamo nel mondo è l’Europa neoliberista, dei grandi affari finanziari, dei mercati e non l’Europa del lavoro. …
…E a questo punto le sinistre non devono solo accontentarsi dell’unità delle organizzazioni di sinistra. Devono espandersi verso l’ambito dei sindacati, che sono il supporto della classe lavoratrice e la loro forma organica di unificazione. Ma bisogna pure prestare molta attenzione –compagni e compagne- ad altre forme inedite di organizzazione della società. La riconfigurazione delle classi sociali in Europa e nel mondo darà luogo a forme differenti di unificazione, forme più flessibili, meno organiche, forse più territoriali, meno per centri di lavoro. Tutto è necessario: l’unificazione per centri di lavoro, l’unificazione territoriale, l’unificazione tematica, l’unificazione ideologica….”
Intervento del Vicepresidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia, Alvaro García Linera, nel IV Congresso della Sinistra Europea a Madrid (13 - 15 dicembre 2013):
http://www.youtube.com/watch?v=e25Arsu2TlU (Sbobinamento discorso da precedente video e traduzione di Rosa Maria Coppolino -RETE dei COMUNISTI su http://www.nuestra-america.it/ )
Buona sera a voi tutti.
Permettetemi di congratularmi per questo incontro della Sinistra Europea, e, a nome del nostro Presidente Evo, a nome del mio paese, del nostro popolo, ringraziare per l’invito che ci avete fatto per condividere un insieme di idee, di riflessioni in questo importantissimo congresso della Sinistra Europea.
Permettetemi di essere diretto, franco, ma anche propositivo.
Che vediamo da fuori dell’Europa? Vediamo un’Europa che langue, vediamo un’Europa abbattuta, vediamo un’Europa concentrata su se stessa e soddisfatta di sé, vediamo un’Europa in un certo modo apatica e stanca.
Sono parole molto brutte e molto dure, ma è così che vediamo l’Europa.
È rimasta indietro l’Europa delle luci, l’Europa delle rivolte, l’Europa delle rivoluzioni. Indietro, molto indietro, è rimasta l’Europa dei grandi universalismi che hanno mosso il mondo, e che hanno spinto i popoli di molte parti del mondo ad acquisire una speranza e a mobilitarsi intorno a quella speranza.
Indietro sono rimaste le grandi sfide. Quell’interpretazione che facevano e che fanno i post-modernisti della fine delle grandi narrazioni, alla luce degli ultimi fatti, sembrano restare solo i grandi affari dei grandi gruppi e del sistema finanziario.
Non è il popolo europeo quello che ha perso la virtù, né ha perduto la speranza, perché l’Europa alla quale mi riferisco, stanca, l’Europa esaurita, l’Europa piena di sé, non è l’Europa dei popoli, che è azzittita, asfissiata. E l’unica Europa che vediamo nel mondo è l’Europa dei grandi consorzi d’impresa, l’Europa neoliberista, l’Europa dei grandi affari finanziari, l’Europa dei mercati e non l’Europa del lavoro.
Carente di grandi dilemmi, di grandi orizzonti e speranze, si ode –parafrasando Montesquieu- si ode solo il deplorevole rumore delle piccole ambizioni e dei grandi appetiti.
Delle democrazie senza speranza e senza fede sono democrazie sconfitte. Delle democrazie senza speranza a senza fede sono democrazie fossilizzate. In senso stretto non sono neanche democrazie. Non c’è democrazia valida che sia solo un appiglio annoiato a istituzioni fossili in cui si compiono riti ogni tre, ogni quattro o cinque anni per eleggere quelli che decideranno malamente sui nostri destini.
Tutti sappiamo, e nella sinistra più o meno condividiamo, un pensiero comune su come siamo arrivati a tale situazione. Gli studiosi, gli accademici, i dibattiti politici ci danno un insieme di assi interpretativi su quanto stiamo male e su come ci siamo arrivati.
Un primo criterio condiviso di come siamo arrivati a questa situazione è che capiamo che il capitalismo ha acquisito, senza dubbio, una dimensione geopolitica planetaria assoluta. Il mondo intero si è globalizzato. E il mondo intero diventa un grande laboratorio mondiale. Una radio, un televisore, un telefono non hanno più un’origine di creazione, ma il mondo intero è diventato l’origine della creazione. Un chip si fa in Messico, il progetto si fa in Germania, la materia prima è latinoamericana, i lavoratori sono asiatici, l’imballaggio è nordamericano e la vendita è planetaria.
Questa è una caratteristica del moderno capitalismo, è fuor di dubbio, ed è a partire da questo che bisogna agire.
Una seconda caratteristica degli ultimi vent’anni, è una specie di regresso a un’accumulazione primitiva perpetua. I testi di Karl Marx, che descrivevano l’origine del capitalismo dei secoli XVI, XVII, oggi si ripetono e sono testi del XXI secolo. Abbiamo una permanente accumulazione originaria che riproduce meccanismi di schiavitù, meccanismi di subordinazione, di precarietà, di frammentazione, descritti mirabilmente da Carlo Marx. Solo che il capitalismo moderno riattualizza l’accumulazione originaria. La riattualizza, la espande, la irradia ad altri territori per estrarre maggiori risorse e più denaro. Ma insieme a questa accumulazione primitiva perpetua (che definirà le caratteristiche delle classi sociali contemporanee, sia nei nostri paesi sia nel mondo, perché riorganizza la divisione del lavoro localmente, territorialmente, e la divisione del lavoro del pianeta), insieme a questa abbiamo una specie di neo-accumulazione per espropriazione. Abbiamo un capitalismo depredatore che accumula (in molti casi producendo nelle aree strategiche) conoscenze, telecomunicazioni, biotecnologie, industria automobilistica. Ma in molti dei nostri paesi accumula per espropriazione. Vale a dire occupando spazi comuni: biodiversità, acqua, conoscenze ancestrali, boschi, risorse naturali. Questa è un’accumulazione per espropriazione, non per generazione di ricchezza, ma per espropriazione di ricchezza comune, che diventa ricchezza privata. Quella è la logica neoliberista. Se critichiamo tanto il neoliberismo è proprio per la sua logica depredatoria e parassitaria. Più che un generatore di ricchezza, più che uno sviluppatore di forze produttive, il neoliberismo è un espropriatore di forze produttive capitaliste e non capitaliste, collettive, locali, delle società.
Terza caratteristica dell’economia moderna è, oltre l’accumulazione primitiva permanente, l’accumulazione per espropriazione, la subordinazione. Marx direbbe sussunzione reale della conoscenza e della scienza all’accumulazione capitalista. Quello che alcuni sociologi chiamano società della conoscenza. Non c’è dubbio, quelle sono le aree più potenti e di maggior dispiego delle capacità produttive della società moderna.
Anche la quarta caratteristica, sempre più conflittuale e rischiosa, è il processo di sussunzione reale del sistema integrale della vita del pianeta. Vale a dire dei processi metabolici tra gli esseri umani e la natura.
Queste quattro caratteristiche del moderno capitalismo, ridefiniscono la geopolitica del capitale su scala planetaria, ridefiniscono la composizione di classe delle società, ridefiniscono la composizione di classe e delle classi sociali nel pianeta.
Non c’è solo l’esternalizzazione, alle estremità del corpo capitalista, della classe operaia tradizionale (classe operaia che abbiamo visto sorgere nel XIX secolo e all’inizio del XX che ora si trasferisce nelle zone periferiche: Brasile, Messico, Cina, India, Filippine), ma sorge anche, nelle società più sviluppate, un nuovo tipo di proletariato. Un nuovo tipo di classe lavoratrice. La classe lavoratrice dei colletti bianchi. Professori, ricercatori, scienziati, analisti, che non vedono se stessi come classe lavoratrice, si vedono piuttosto come piccoli imprenditori, ma che in fondo costituiscono una nuova composizione sociale della classe operaia dell’inizio del XXI secolo. Ma contemporaneamente abbiamo nel mondo la creazione di quello che potremmo chiamare: un proletariato diffuso, società e nazioni non capitaliste che sono formalmente sussunte all’accumulazione capitalista. America Latina, Africa, Asia. Parliamo di società e di nazioni non strettamente capitaliste, ma che nel loro insieme appaiono sussunte e articolate come forme di proletarizzazione diffusa non solo per la loro qualità economica, ma anche per le peculiari caratteristiche della loro unificazione frammentata, o di difficile frammentazione, a causa della loro dispersione territoriale.
Abbiamo, quindi, non solo una nuova modalità dell’espansione e dell’accumulazione capitalista, ma abbiamo anche una ridefinizione delle classi e del proletariato e delle classi non proletarie nel mondo. Il mondo di oggi è più conflittuale. Il mondo di oggi è più proletarizzato. Solo che le forme di proletarizzazione sono diverse da quelle che abbiamo conosciuto nel XIX secolo e all’inizio del XX. Le forme di organizzazione di questi proletari diffusi, di questi proletari in colletto bianco, non prendono necessariamente la forma del sindacato. La forma sindacato ha perso la sua centralità, in alcuni paesi, e sorgono altre forme di unificazione di quello che è popolare, lavorativo ed operaio.
Che fare? La vecchia domanda di Lenin. Che facciamo? Condividiamo le definizioni di quello che non va, condividiamo le definizioni di quello che sta cambiando nel mondo. E davanti a questi cambiamenti non possiamo rispondere. O meglio, le risposte che avevamo prima sono insufficienti, se no non starebbe governando la destra qua in Europa. È mancato qualcosa e qualcosa sta mancando alle nostre risposte. Qualcosa sta mancando alle nostre proposte. Permettetemi, con modestia, di dare cinque suggerimenti in questa costruzione collettiva del che fare che assume la sinistra europea.
La sinistra europea non può accontentarsi della diagnosi e della denuncia. La diagnosi e la denuncia servono per generare indignazione morale, ed è importante l’espandersi dell’indignazione morale, ma non generano la volontà di potere. La denuncia non è la volontà di potere. Può essere l’anticamera di una volontà di potere, ma non è la volontà di potere. La sinistra europea, la sinistra mondiale, di fronte a questa voragine distruttiva, depredatrice della natura e dell’essere umano portata avanti dal capitalismo contemporaneo, deve essere presente con proposte o iniziative. La sinistra europea e le sinistre di tutte le parti del mondo dobbiamo costruire un nuovo senso comune. In fondo, la lotta politica è una lotta per il senso comune. Per un insieme di giudizi ed anche di pregiudizi. Per il modo semplice in cui la gente (il giovane studente, il professionista, la venditrice, il lavoratore, l’operaio) ordina il mondo. Questo è: “il senso comune”, la concezione base del mondo, quella con cui facciamo ordine nella vita quotidiana, il modo in cui diamo valore a quello che è giusto e quello che è ingiusto, a quello che è desiderabile e a quello che è possibile, a quello che è impossibile e a quello che è probabile. E la sinistra mondiale, la sinistra europea, devono lottare per un nuovo senso comune, un nuovo senso comune progressista, rivoluzionario, universalista. Ma è obbligatoriamente un “nuovo senso comune”.
In secondo luogo, abbiamo bisogno di recuperare (come faceva brillantemente il nostro primo relatore) il concetto di democrazia. La sinistra ha sempre rivendicato la bandiera della democrazia. Ed è la nostra bandiera. È la bandiera della giustizia, dell’uguaglianza, della partecipazione. Ma per fare questo dobbiamo staccarci dalla concezione di democrazia come fatto meramente istituzionale. La democrazia sono le istituzioni? Sì, sono le istituzioni, ma è molto di più che l’istituzione. La democrazia è votare ogni quattro o cinque anni? Sì, ma è molto più di questo. È eleggere il Parlamento? Sì, però è molto più di questo. È rispettare le regole dell’alternanza? Sì, ma è molto più di questo. Quella è la maniera liberale, fossilizzata, d’intendere la democrazia in cui a volte rimaniamo imprigionati. La democrazia sono valori? Sono valori, principi organizzativi dell’intendere il mondo: la tolleranza, la pluralità, la libertà d’opinione, la libertà di associazione. Vanno bene, sono principi, sono valori, ma non sono solamente principi e valori. Sono istituzioni, ma non sono solo istituzioni. La democrazia è pratica. La democrazia è azione collettiva. La democrazia fondamentalmente è crescente partecipazione nell’amministrazione delle cose comuni che ha una società. C’è democrazia se noi cittadini partecipiamo nelle cose comuni che abbiamo. Se come patrimonio comune abbiamo l’acqua: democrazia è partecipare alla gestione dell’acqua. Se come patrimonio comune abbiamo l’idioma, la lingua: democrazia è la gestione comune della lingua. Se come patrimonio comune abbiamo i boschi, la terra, la conoscenza: democrazia è partecipare alla gestione dell’acqua, alla gestione dell’aria, della terra, della conoscenza. Democrazia è gestione, amministrazione comune, crescente partecipazione nella gestione del bosco, nella gestione dell’acqua, nella gestione dell’aria, nella gestione delle risorse naturali. Ci deve essere democrazia, c’è democrazia, nel senso vivo, non fossilizzato del termine, se la popolazione e la sinistra aiuta, partecipa alla gestione comune delle risorse comuni, istituzioni, diritti, ricchezze.
I vecchi socialisti degli anni ’70 dicevano che la democrazia dovrebbe bussare alle porte delle fabbriche. È una buona idea, ma non è sufficiente. Deve bussare alla porta delle fabbriche, alla porta delle banche, alla porta delle imprese, alla porta delle istituzioni, alla porta di tutto quello che sia comune alle persone. [Applausi]. Mi chiedeva il nostro delegato di Grecia sul tema dell’acqua. Come abbiamo cominciato noi in Bolivia? Per temi base di sopravvivenza: l’acqua. E intorno all’acqua, che è una ricchezza comune, che stava per essere espropriata, il popolo porta avanti una guerra di recupero dell’acqua per la popolazione. E poi abbiamo recuperato non solo l’acqua, abbiamo fatto un’altra guerra sociale e ci siamo buttati a recuperare il gas e il petrolio e le miniere e le telecomunicazioni. E c’è ancora molto da recuperare. Ma in ogni caso questo è stato il punto di partenza, la crescente partecipazione dei cittadini nella gestione delle cose comuni, dei beni comuni che ha una società, una regione.
In terzo luogo, la sinistra deve recuperare la rivendicazione dell’universale, delle ideologie universali. Delle ideologie comuni. La politica come bene comune. La partecipazione come partecipazione nella gestione dei beni comuni. Il recupero delle cose comuni come diritto: diritto al lavoro, diritto alla pensione, diritto all’istruzione gratuita, diritto alla salute, diritto all’aria pulita, diritto alla protezione della madre terra, diritto alla protezione della natura. Sono diritti, ma sono universali. Sono beni comuni universali di fronte ai quali la sinistra, la sinistra rivoluzionaria, deve prospettare misure concrete, obiettive e di mobilitazione.
Leggevo, su una rivista, che in Europa si stavano utilizzando le risorse pubbliche per salvare beni privati. È un’aberrazione. Stavano usando i soldi dei risparmiatori europei per salvare dal fallimento le banche. Stavano usando il comune per salvare il privato. Il mondo è al contrario! Deve essere al contrario: usare i beni privati per salvare e aiutare i beni comuni. Non i beni comuni per salvare i beni privati. Le banche devono avere un processo di democratizzazione e di socializzazione nella loro gestione. Perché altrimenti le banche finiranno per togliere non solo il lavoro, ma anche la casa, la vita, la speranza, tutto. E questo non si può permettere. [Applausi].
Ma [bisogna] anche rivendicare (nella nostra proposta come sinistra) una nuova relazione metabolica tra l’essere umano e la natura. In Bolivia, per la nostra eredità indigena, la denominiamo come nuova relazione tra l’essere umano e la natura. Il Presidente Evo dice: la natura può esistere senza l’essere umano, l’essere umano non può esistere senza natura. Però non bisogna cadere nella logica dell’economia verde, che è una forma ipocrita di ecologismo. [Applausi]
Ci sono imprese che, davanti a voi europei, appaiono come protettori della natura… e con l’aria pulita…. Però quelle stesse imprese portano da noi, in Amazzonia, in America o in Africa, tutti gli scarti che si generano qui. Qui sono depredatori o sono difensori, e lì diventano depredatori. Hanno fatto della natura un nuovo affare. E la preservazione radicale dell’ecologia non è un nuovo affare, né una nuova logica d’impresa. Bisogna restituire una nuova relazione. Che è sempre tesa. Perché la ricchezza che va a soddisfare delle necessità richiede la trasformazione della natura, e trasformando la natura modifichiamo la sua esistenza. Modifichiamo il BIOS. Però, modificando il BIOS, come contropartita, molte volte, distruggiamo l’essere umano e anche la natura. Al capitalismo questo non importa perchè è un affare per lui. Ma a noi sì, alla sinistra sì, all’umanità sì, alla storia dell’umanità sì che importa! Abbiamo bisogno di rivendicare una nuova logica di relazione... Non direi armonica, ma metabolica. Mutuamente utile all’ambiente vitale, naturale ed all’essere umano. Lavoro, necessità.
Infine, non c’è dubbio che abbiamo bisogno di rivendicare la dimensione eroica della politica. Hegel vedeva la politica nella sua dimensione eroica. E, seguendo Hegel immagino, Gramsci diceva che le società moderne, la filosofia e un nuovo orizzonte di vita, devono diventare fede nella società, o possono esistere solo come fede all’interno della società. Questo significa che abbiamo bisogno di ricostruire la speranza, che la sinistra deve essere la struttura organizzativa, flessibile, crescentemente unificata, capace di rivitalizzare la speranza nella gente. Un nuovo senso comune, una nuova fede, non nel senso religioso del termine, ma un nuovo credo generalizzato per il quale le persone scommettono eroicamente il loro tempo, il loro sforzo, il loro spazio, la loro dedizione.
Mi compiaccio di quanto commentava la compagna quando ci diceva che oggi stiamo riunendo 30 organizzazioni politiche. Eccellente! Vuol dire che è possibile unirsi. Che è possibile uscire dagli spazi stagnanti. La sinistra, tanto debole oggi in Europa, non può prendersi il lusso di allontanarsi dai suoi compagni. Ci potranno essere differenze in 10 o 20 punti, ma coincidiamo in 100. Quei 100 devono essere i punti di accordo, di avvicinamento, di lavoro. E teniamoci gli altri 20 punti per dopo. Siamo troppo deboli per concederci il lusso di continuare in litigi di parrocchia e piccoli feudi, distanziandoci dal resto. Bisogna assumere una logica nuovamente gramsciana: unificare, articolare, promuovere.
Bisogna prendere il potere dello Stato. Bisogna lottare per lo Stato. Però non dobbiamo mai dimenticare che lo Stato, più che una macchina, è una relazione. Più che materia, è idea. Lo Stato è fondamentalmente idea. E un pezzo è materia. È materia come relazioni sociali, come forze, come pressioni, come bilanci, come accordi, come regolamenti, come leggi. Ma è fondamentalmente idea di credere in un ordine comune, in un senso di comunità. In fondo, la lotta per lo Stato è una lotta per una nuova maniera di unificarci, per un nuovo universale, per un tipo di universalismo che unifica volontariamente le persone. Però questo richiede di aver vinto precedentemente le credenze, aver sconfitto precedentemente gli avversari nella parola, nel senso comune; aver sconfitto le concezioni dominanti di destra nel discorso, nella percezione del mondo, nelle percezioni morali che abbiamo delle cose. E perciò questo richiede un lavoro molto arduo. La politica non è solo una questione di rapporti di forza, di capacità di mobilitazione (che al momento giusto lo saranno), è fondamentalmente convinzione, articolazione, senso comune, credenza, idea condivisa, giudizio e pregiudizio condiviso rispetto all’ordine del mondo. E a questo punto le sinistre non devono solo accontentarsi dell’unità delle organizzazioni di sinistra. Devono espandersi verso l’ambito dei sindacati, che sono il supporto della classe lavoratrice e la loro forma organica di unificazione. Ma bisogna pure prestare molta attenzione –compagni e compagne- ad altre forme inedite di organizzazione della società. La riconfigurazione delle classi sociali in Europa e nel mondo darà luogo a forme differenti di unificazione, forme più flessibili, meno organiche, forse più territoriali, meno per centri di lavoro. Tutto è necessario: l’unificazione per centri di lavoro, l’unificazione territoriale, l’unificazione tematica, l’unificazione ideologica. È un insieme di forme flessibili di fronte alle quali la sinistra deve avere la capacità di articolare, di proporre e di unificare e di andare avanti.
Permettetemi a nome del Presidente e a nome mio, di complimentarmi con voi ed elogiare questo incontro, di augurarvi ed esigervi (in modo rispettoso ed affettuoso): lottate, lottate, lottate! Non lasciate soli noi popoli che stiamo lottando isolatamente in alcuni luoghi, in Siria, qualcosa in Spagna, in Venezuela, in Ecuador, in Bolivia. Non lasciateci soli. Abbiamo bisogno di voi e ancor più di un’Europa che non solo guardi da lontano quello che succede in altre parti del mondo, ma di un’Europa che torni nuovamente a illuminare il destino del continente e il destino del mondo.
Complimenti e molte grazie!
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Intervencion del Vicepresidente del Estado Plurinacional de Bolivia, Alvaro García Linera, en el IV Congreso del Partido de la Izquierda Europea en Madrid (13 - 15 de diciembre de 2013):
http://www.youtube.com/watch?v=e25Arsu2TlU
Muy buenas tardes a todos ustedes.
Permítanme celebrar este encuentro de la Izquierda Europea y en nombre de nuestro Presidente Evo, en nombre de mi país, de nuestro pueblo, agradecer la invitación que nos han hecho, para compartir un conjunto de ideas, de reflexiones en este tan importante congreso de la Izquierda Europea.
Permítanme ser directo, franco, pero también propositivo.
¿Qué vemos desde afuera de Europa ? Vemos una Europa que languidece, vemos una Europa abatida, vemos una Europa ensimismada y satisfecha de sí misma, vemos una Europa hasta cierto punto apática y cansada.
Son palabras muy feas y muy duras, pero así vemos a Europa.
Atrás ha quedado la Europa de las luces, la Europa de las revueltas, la Europa de las revoluciones. Atrás, muy atrás, ha quedado la Europa de los grandes universalismos que movieron al mundo, que enriquecieron al mundo y que empujaron a los pueblos de muchas partes del mundo a adquirir una esperanza y movilizarse en torno a esa esperanza.
Atrás han quedado los grandes retos intelectuales. Esa interpretación que hacían y que hacen los post modernistas de que se acabaron los grandes relatos, a la luz de los últimos acontecimientos, parece ser que lo único que encubre son los grandes negociados de las corporaciones y del sistema financiero.
No es el pueblo europeo el que ha perdido la virtud, ni ha perdido la esperanza, porque la Europa a la que me refiero, cansada, la Europa agotada, la Europa ensimismada, no es la Europa de los pueblos, es ésta silenciada, encerrada, asfixiada. Y la única Europa que vemos en el mundo es la Europa de los grandes consorcios empresariales, la Europa neoliberal, la Europa de los grandes negociados financieros, la Europa de los mercados y no la Europa del trabajo.
Carentes de grandes dilemas, de grandes horizontes y esperanzas, sólo se oye (parafraseando a Montesquieu) sólo se oye el lamentable ruido de las pequeñas ambiciones y de los grandes apetitos.
Unas democracias sin esperanza y sin fe son democracias derrotadas. Unas democracias sin esperanza y sin fe, son democracias fosilizadas. En sentido estricto, no son democracias. No hay democracia válida que sea simplemente un apego aburrido a instituciones fósiles con las que se cumplen rituales cada tres, cada cuatro o cada cinco años para elegir a los que vendrán a decidir de mala manera sobre nuestros destinos.
Todos sabemos, y en izquierda más o menos compartimos, un pensamiento común de cómo es que hemos llegado a semejante situación. Los estudiosos, los académicos, los debates políticos nos brindan un conjunto de ejes interpretativos de lo mal que estamos y cómo hemos llegado ahí.
Un primer criterio compartido de cómo es que hemos llegado a esta situación, es que entendemos que el capitalismo ha adquirido, no cabe duda, una medida geopolítica planetaria absoluta. El mundo entero se ha redondeado. Y el mundo entero deviene un gran taller mundial. Una radio, un televisor, un teléfono, ya no tiene un origen de creación, sino que el mundo entero se ha convertido en el origen de creación. Un chip se hace en México, el diseño se hace en Alemania, la materia prima es latinoamericana, los trabajadores son asiáticos, el empaque es norteamericano y la venta es planetaria.
Esta es una característica del moderno capitalismo, no cabe duda, y es a partir de ello que uno tiene que tomar acciones.
Una segunda característica de los últimos veinte años, es una especie de regreso a una acumulación primitiva perpetua. Los textos de Karl Marx, que retrataba el origen del capitalismo en el siglo XVI, XVII, hoy se repiten y son textos del siglo XXI. Tenemos una permanente acumulación originaria que reproduce mecanismos de esclavitud, mecanismos de subordinación, de precariedad, de fragmentación, que lo retrató excepcionalmente Carlos Marx. Solo que el capitalismo moderno reactualiza la acumulación originaria. La reactualiza, la expande, la irradia a otros territorios para extraer más recursos y más dinero. Pero junto con esta acumulación primitiva perpetua (que va definir las características de las clases sociales contemporáneas, tanto en nuestros países como en el mundo, porque reorganiza la división del trabajo local, territorialmente, y la división del trabajo planetario), junto con eso tenemos una especie de neo acumulación por expropiación. Tenemos un capitalismo depredador, que acumula (en muchos casos produciendo en la aéreas estratégicas): conocimiento, telecomunicaciones, biotecnología, industria automovilística. Pero en muchos de nuestros países, acumula por expropiación. Es decir ocupando los espacios comunes: biodiversidad, agua, conocimientos ancestrales, bosques, recursos naturales… Esta es una acumulación por expropiación, no por generación de riqueza, sino por expropiación de riqueza común, que deviene en riqueza privada. Esa es la lógica neoliberal. Si criticamos tanto al neoliberalismo, es por su lógica depredatoria, y parasitaria. Más que un generador de riquezas, más que un desarrollador de fuerzas productivas, el neoliberalismo es un expropiador de fuerzas productivas capitalistas y no capitalistas, colectivas, locales, de sociedades.
Pero también la tercera característica de la economía moderna, no solamente es acumulación primitiva perpetua, acumulación por expropiación, sino también subordinación. Marx diría subsunción real del conocimiento y la ciencia a la acumulación capitalista. Lo que algunos sociólogos llaman la sociedad del conocimiento. No cabe duda, esa son las aéreas más potentes y de mayor despliegue de las capacidades productivas de la sociedad moderna.
Pero también la cuarta característica y cada vez más conflictiva y riesgosa, es el proceso de subsunción real del sistema integral de la vida del planeta. Es decir de los procesos metabólicos entre los seres humanos y la naturaleza.
Estas cuatro características del moderno capitalismo redefinen la geopolítica del capital a escala planetaria, redefinen la composición de clase de las sociedades, redefinen la composición de clase y de las clases sociales en el planeta.
No solamente está la externalización, a las extremidades del cuerpo capitalista, de la clase obrera tradicional (clase obrera que vimos surgir en el siglo XIX y principio del siglo XX que ahora se transfiere a las zonas periféricas, Brasil, México, China, la India, Filipinas), sino que también surge, en las sociedades más desarrolladas, un nuevo tipo de proletariado. Un nuevo tipo de clase trabajadora. La clase trabajadora de cuello blanco. Profesores, investigadores, científicos, analistas, que no se ven a sí mismos como clase trabajadora, se ven a sí mismo como pequeños empresarios seguramente, pero que en el fondo constituyen una nueva composición social de la clase obrera, del principio del siglo XXI. Pero a la vez también tenemos una creación de lo que podríamos denominar en el mundo: un proletariado difuso, sociedades y naciones no capitalistas, que son subsumidas formalmente a la acumulación capitalista. América Latina, Africa, Asia. Hablamos de sociedades y de naciones no estrictamente capitalistas, pero que en el conjunto aparecen subsumidas y articuladas como formas de proletarización difusa no solamente por su cualidad económica, sino por las propias características de su unificación fragmentada, o difícil fragmentación, por su dispersión territorial. Tenemos, entonces, no solamente una nueva modalidad de la expansión de la acumulación capitalista, sino que también tenemos un reacomodo de las clases y del proletariado y de las clases no proletarias en el mundo. El mundo hoy es más conflictivo. El mundo hoy esta más proletarizado. Solamente que las formas de proletarización son distintas a las que conocimos en el siglo XIX, principio del siglo XX. Y las formas de organización de estos proletarios difusos, de estos proletarios de cuello blanco, no toman necesariamente la forma de sindicato. La forma sindicato a perdido su centralidad, en algunos países, y surgen otras formas de unificación de lo popular, de lo laboral y de lo obrero.
¿Qué hacer ? La vieja pregunta de Lenin. ¿Qué hacemos ? Compartimos definiciones de lo que está mal, compartimos definiciones de lo que está cambiando en el mundo. Y frente a estos cambios no podemos responder. O mejor, las respuestas que teníamos antes son insuficientes, si no, no estaría gobernando la derecha acá en Europa. Algo ha faltado y algo está faltando a nuestras respuestas. Algo está faltando a nuestras propuestas. Permítanme, de manera modesta, hacer cinco sugerencias en esta construcción colectiva del que hacer que asume la izquierda europea.
La izquierda europea no puede contentarse con el diagnóstico y la denuncia. El diagnóstico y la denuncia sirve para generar indignación moral, y es importante la expansión de la indignación moral, pero no genera voluntad de poder. La denuncia no es una voluntad de poder. Puede ser la antesala de una voluntad de poder, pero no es la voluntad de poder. La izquierda europea, la izquierda mundial, a esta vorágine depredadora de naturaleza y de ser humano, destructivo, que lleva adelante el capitalismo contemporáneo, tiene que aparecer con propuestas o iniciativas. La izquierda europea y las izquierdas de todas las partes del mundo, tenemos que construir un nuevo sentido común. En el fondo, la lucha política es una lucha por el sentido común. Por el conjunto de juicios y de prejuicios. Por la forma en cómo de manera simple la gente : el joven estudiante, el profesional, la vendedora, el trabajador, el obrero, ordena el mundo. Ese es: “el sentido común”, la concepción del mundo básica, con la que ordenamos la vida cotidiana, la manera de cómo valoramos lo justo y lo injusto, lo deseable y lo posible, lo imposible y lo probable. Y la izquierda mundial, la izquierda europea, tiene que luchar por un nuevo sentido común, un nuevo sentido común progresista, revolucionario, universalista. Pero es obligatoriamente, un “nuevo sentido común”.
En segundo lugar, necesitamos recuperar (como lo hacia nuestro primer expositor de manera brillante) el concepto de democracia. La izquierda siempre ha reivindicado la bandera de la democracia. Y es nuestra bandera. Es la bandera de la justicia, de la igualdad, de la participación. Pero para eso tenemos que desprendernos de la concepción de la democracia como un hecho meramente institucional. ¿La democracia son instituciones ? Sí, son instituciones. Pero es mucho más que institución. ¿La democracia es votar cada cuatro o cinco años ? Sí, pero es mucho más que eso. ¿Es elegir el Parlamento ? Sí, pero es mucho más que eso. ¿Es respectar las reglas de la alternancia ? Sí, pero es mucho más que eso. Esa es la manera liberal, fosilizada, de entender la democracia con la que a veces quedamos encerrados. ¿La democracia son valores ? Son valores, principios organizativos del entendimiento del mundo : la tolerancia, la pluralidad, la libertad de opinión, la libertad de asociación. Están bien, son principios, son valores, pero no son solamente principios y valores. Son instituciones, pero no son solamente instituciones. La democracia es práctica. La democracia es acción colectiva. La democracia en el fondo es creciente participación en la administración de los comunes que tiene una sociedad. Hay democracia si en lo común que tenemos los ciudadanos participamos. Si tenemos como un patrimonio común el agua, democracia: participar en la gestión del agua. Si tenemos como patrimonio común el idioma, la lengua, democracia es la gestión común del idioma. Si tenemos como patrimonio común los bosques, la tierra, el conocimiento. Democracia es gestión, administración común, creciente participación común en la gestión del bosque, en la gestión del agua, en la gestión del aire, en la gestión de los recursos naturales. Ha de haber democracia, hay democracia, en el sentido vivo, no fosilizado del término, si la población y la izquierda ayuda, participa en una gestión común de los recursos comunes, instituciones, derechos, riquezas.
Los viejos socialistas de los años 70 hablaban de que la democracia debería tocar las puertas de las fábricas. Es una buena idea pero no es suficiente. Debe tocar la puerta de las fábricas, la puerta de los bancos, la puerta de las empresas, la puerta de las instituciones, la puerta de los recursos, la puerta de todo lo que sea común para las personas. [Aplausos] Me preguntaba nuestro delegado de Grecia, me preguntaba sobre el tema del agua. ¿Cómo comenzamos nosotros en Bolivia ? Por temas básicos, de sobrevivencia: agua. Y en torno al agua, que es una riqueza común, que estaba siendo expropiada, el pueblo llevó adelante una guerra y recupero el agua para población. E luego recuperamos no solamente el agua, hicimos otra guerra social y nos lanzamos a recuperar el gas y el petróleo y las minas y las telecomunicaciones. Y falta mucho más por recuperar. Pero en todo caso este fue el punto de partida, la creciente participación de los ciudadanos en la gestion de los comunes, de los bienes comunes que tiene una sociedad, una región.
En tercer lugar la izquierda tiene que recuperar la reivindicación de lo universal, de los idearios universales. De los comunes. La política como bien común. La participación como una participación en la gestión de los bienes comunes. La recuperación de los comunes como derecho : el derecho al trabajo, el derecho a la jubilación, el derecho a la educación gratuita, el derecho a la salud, el derecho a un aire limpio, el derecho a la protección de la madre tierra, el derecho a la protección de la naturaleza. Son derechos, pero son universales. Son bienes comunes universales frente a los cuales la izquierda, la izquierda revolucionaria, tiene que plantearse medidas concretas, objetivas y de movilización.
Leía, en el periódico, como se estaba utilizando en Europa recursos públicos para salvar bienes privados. Esa es una aberración. Estaban utilizando el dinero de los ahorristas europeos para salvar la quiebra de los bancos. Estaban usando lo común para salvar lo privado. El mundo está al revés! Tiene que ser al revés: usar los bienes privados para salvar y ayudar los bienes comunes. No los bienes comunes para salvar los bienes privados. Los bancos tienen que tener un proceso de democratización y de socialización de su gestión. Porque si no los bancos van a acabar con quitar no solamente su trabajo, sino que su casa, su vidas, su esperanza y todo. Y esto es lo que no se puede permitir.[Aplausos].
Pero también reivindicar (en nuestra propuesta como izquierda) una nueva relación metabólica entre el ser humano y la naturaleza. En Bolivia, por nuestra herencia indígena, llamamos eso una nueva relación entre ser humano y naturaleza. El Presidente Evo dice: la naturaleza puede existir sin el ser humano, el ser humano no puede existir sin naturaleza. Pero no hay que caer en la lógica de la economía verde, que es una forma hipócrita de ecologismo. [Aplausos]
Hay empresas que aparecen, ante ustedes los europeos, como protectores de la naturaleza... y con el aire limpio.... Pero esas mismas empresas nos llevan a nosotros a la Amazonia, nos llevan a América o a Africa, todos los desperdicios que aquí se generan. Aquí son depredadores o aquí son defensores, y allí se vuelven depredadores. Han convertido la naturaleza en otro negocio. Y la preservación radical de la ecología no es un nuevo negocio, ni una nueva lógica empresarial. Hay que restituir una nueva relación. Que siempre es tensa. Porque la riqueza que va satisfacer necesidades requiere transformar la naturaleza y al transformar la naturaleza modificamos su existencia, modificamos el BIOS. Pero, al modificar el BIOS, como contra finalidad, muchas veces, destruimos al ser humano y también a la naturaleza. Al capitalismo esa no le importa porque eso es un negocio para él. Pero a nosotros sí, a la izquierda sí, a la humanidad sí, a la historia de la humanidad si le importa! Necesitamos reivindicar una nueva lógica de relación… No diría armónica, pero si metabólica. Mutuamente beneficiosa, entre entorno vital, natural y ser humano. Trabajo, necesidades.
Por último, no cabe duda que necesitamos reivindicar la dimensión heroica de la política. Hegel veía la política en su dimensión heroica. Y, siguiendo a Hegel supongo, Gramsci decía que las sociedades modernas, la filosofía y un nuevo horizonte de vida, tienen que convertirse en fe en la sociedad, o solamente puede existir como fe al interior de la sociedad. Esto significa que necesitamos reconstruir la esperanza, que la izquierda tiene que ser la estructura organizativa, flexible, crecientemente unificada, que sea capaz de revitalizar la esperanza en la gente. Un nuevo sentido común, una nueva fe, no en el sentido religioso del término, sino una nueva creencia generalizada por la que las personas apuestan heroicamente su tiempo, su esfuerzo, su espacio, su dedicación.
Yo saludo lo que comentaba mi compañera cuando nos decía: hoy nos estamos reuniendo 30 organizaciones políticas. Excelente ! Quiere decir que es posible unirse. Que es posible salir de los espacios estancos. La izquierda, tan débil hoy en Europa, no puede darse el lujo de distanciarse de sus compañeros. Podrá haber diferencias en 10 o 20 puntos, pero coincidimos en 100. Esos 100, que sean los puntos de acuerdo, de acercanía, de trabajo. Y guardemos los otros 20 puntos para después. Somos demasiados débiles como para darnos el lujo de seguir en peleas de capilla y de pequeños feudos, distanciándonos del resto. Hay que asumir una lógica nuevamente gramsciana: unificar, articular, promover.
Hay que tomar el poder del Estado. Hay que luchar por el Estado. Pero nunca olvidemos que el Estado, más que una maquina, es una relación. Más que materia es idea. El Estado es fundamentalmente idea. Y un pedazo es materia. Es materia como relaciones sociales, como fuerzas, como presiones, como presupuestos, como acuerdos, como reglamentos, como leyes. Pero es fundamentalmente idea como creencia de un orden común, de un sentido de comunidad. En el fondo, la pelea por el Estado es una pelea por una nueva manera de unificarnos, por un nuevo universal, por un tipo de universalismo que unifica voluntariamente a las personas. Pero eso requiere entonces haber ganado previamente las creencias; haber derrotados a los adversarios previamente en la palabra, en el sentido común; haber derrotado previamente las concepciones dominantes de derecha en el discurso, en la percepción del mundo, en las percepciones morales que tenemos de las cosas. Y entonces eso requiere un trabajo muy arduo. La política no solamente es una cuestión de correlación de fuerzas, capacidad de movilización (que en su momento lo será), es fundamentalmente convencimiento, articulación, sentido común, creencia, idea compartida, juicio y prejuicio compartido respecto al orden del mundo. Y ahí las izquierdas no solamente tienen que contentarse con la unidad de las organizaciones de izquierda. Tienen que expandirse hacia el ámbito de los sindicatos, que son el soporte de la clase trabajadora y su forma orgánica de unificación. Pero también hay que estar muy atentos -compañeros y compañeras- a otras formas inéditas de organización de la sociedad. Las reconfiguración de las clases sociales en Europa y en el mundo va a dar lugar a formas diferentes de unificación, formas más flexibles, menos orgánicas, quizás más territoriales, menos por centros de trabajo. Todo es necesario: la unificación por centros de trabajo, la unificación territorial, la unificación temática, la unificación ideológica. Es un conjunto de formas flexibles frente a las cuales la izquierda tiene que tener la capacidad de articular, de proponer y de unificar y de salir adelante.
Permítanme a nombre del Presidente y a nombre mío, felicitarlos, celebrar este encuentro, de desearles y exigirles (de manera respetuosa y cariñosa): luchen, luchen, luchen ! No nos dejen solos a otros pueblos que estamos luchando de manera aislada en algunos lugares, en Siria, algo en España, en Venezuela, en Ecuador, en Bolivia. No nos dejen solos. Los necesitamos a ustedes, más aun a una Europa que no solamente vea a distancia lo que sucede en otras partes del mundo, sino que una Europa que nuevamente vuelva a alumbrar el destino del continente y el destino del mundo.
Felicidades y muchas gracias!